La moda fast che (forse) ritorna slow

Il pioniere della fast fashion in Italia era stato Benetton attorno agli anni 90 portando una rivoluzionaria novità nei suoi negozi: collezioni sempre alla moda a prezzi accessibili che arrivavano e cambiavano con un ritmo molto più veloce rispetto ai tradizionali marchi. Anche altre aziende internazionali si sono poi affacciate con successo alla fast fashion che è diventata presto una nuova e redditizia nicchia di mercato.

Colossi famosi come Zara, H&M, Primark, devono la loro fortuna proprio al fatto di intercettare le tendenze del momento (e a volte imitare i grandi marchi)  proponendole negli store in tempi rapidissimi con un rapporto qualità-prezzo ragionevole. Quindi essere alla moda non è mai stato così facile come adesso e non è più necessario spendere una fortuna. Ecco che infatti si è parlato di “democratizzazione” in quanto la fast fashion ha notevolmente allargato la platea di chi può permettersi di essere sempre trendy. Molta più gente compra molto di più.

Ovviamente tutto ciò ha anche il rovescio della medaglia, perché se è vero che le aziende fanno ogni anno miliardi di euro di fatturato senza mostrare segni di cedimento, ci sono anche costi sociali ed ambientali elevati che pesano.

Per poter riuscire a portare nei negozi collezioni sempre nuove in tempi così rapidi, la produzione   avviene in paesi a bassissimo costo di manodopera come Cina, India, Bangladesh, dove i lavoratori spesso sono sfruttati e operano in condizioni precarie di sicurezza.

Un altro problema è rappresentato dall’inquinamento dovuto alle emissioni derivanti dalla produzione di fibre per lo più sintetiche, dal trasporto e dallo smaltimento. Comprando e cambiando molti più capi di vestiario, anche quelli buttati aumentano, tanto che l’EPA (Environmental Protection Agency) calcola che nel mondo siano 14 milioni le tonnellate di vestiti gettati ogni anno.

Secondo gli esperti, saranno proprio questi aspetti negativi che peseranno maggiormente sul futuro della moda veloce. Stili di vita e di consumo sempre più consapevoli, probabilmente faranno sì che la vorticosa corsa all’acquisto e al consumo usa e getta subiscano una notevole frenata. I più giovani, che in genere sono gli anticipatori delle tendenze e rappresentano anche  il target principale di questo mercato, già adesso sono più attenti alla sostenibilità. Un primo campanello d’allarme quindi sta suonando.

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